Suono Rosso (Mimmo Grasso)

Ogni elemento ha un suo colore: la terra è azzurra, l'acqua è verde, l'aria gialla, il fuoco rosso; poi vi sono altri colori casuali e cornmisti, appena riconoscibili. Ma tu bada con cura al colore elementare che predomina, e giudica secondo quello!(Paracelso).

Qualche anno fa, durante una mostra allestita nel contesto di operazioni "meridiane", scrissi un saggio su Giovanni Mangiacapra in cui dichiaravo che "per questo artista schivo, essenziale, defilato, ma fortemente attivo e compreso nella sua funzione, vale quel concetto estetico per cui la capacità di rappresentazione spesso supera censure e dalle ombre delle idee giunge ai colori dell'ombra ideale". L'ombra ideale di Giovanni è in questo periodo della sua vita artistica, il rosso e anzi, il rosso. Chissà allora qual'è la luce e qual'è il corpo che proietta quest'ombra. Penso a Stevens: "C'erano spettri tornati sulla terra per sentire le sue frasi... che in quegli orecchi e in quei cuori sottili, esauriti, prendevano forma, colore, e la misura delle cose che sono, e dicevano per loro l'emozione, che era ciò che era loro mancato"(Grande uomo rosso che legge).Forse, semplicemente, a produrre un'ombra ideale è l'ex voto rosso del cuore.

In queste pagine sarò al fianco del visitatore-viaggiatore: l'artista, infatti, non ha voluto organizzare una mostra ma proporre un percorso attraverso le sensibilità. Il mio compito sarà quello di fornire al viaggiatore una mappa che, ai fini della tresferibilità del lavoro di Giovanni, farà uso di metafore filosofali. L'esergo di Paracelso e le evocazioni che si nascondono in un "elemento-elementare", ci condurranno attracerso i riti dell'immaginazione. "Voi siete qui", nelle sala delle prigioni. Questo posto connota la nostra posizione di sensi plurali, quasi che anche il rosso sia con noi, nei sotterranei di un castello che ha a che vedere con la leggenda dell'uovo di Virgilio(e si sa, inoltre, che l'uovo è una cellula composta di albume e di "rosso"). Mi chiedo anche se questi globi di ferro e le installazioni messe a terra siano strumenti di lavoro e segnali della presenza del ciclope e mi chiedo altresì che relazione possa esservi tra i globi e i dipinti(ferro, materia tridimensionale, superficie monodimendionale: chi viene prima?). Per iniziare a camminare in quest'officina del rosso occorre dotarsi dell'omologo filo che ci aiuti a orientarci per comprendere l'uso e la funzione del colore, definito qui in limite concettualmente secondo i codici di lettura e il "sape sentire" di Mangiacapra. Il colore è come intuì Lucrezio, "sensazione" della luce(quasi che la luce avesse una sua sensibilità). Particelle di atomi(questo pensiero mi inquieta: chi sarà il ciclope?). Prima di Newton, si pensava che la luce fosse pura, bianca, e che a contatto con gli oggetti si "sporcasse", contagiata dalle loro proprietà. L'inglese domostrò che il bianco è una somma di vari colori e che un cristallo lo scompone nelle parti dell'iride. Per analogia col sangue, il rosso si carica di significati emotivi, esso è materia pluriversale che contagia sia il pensiero razionale che l'apparato cenestetico-sensoriale. Sangue chiama sangue? Ergo rosso chiama rosso. E cos'è questo chiamare se nn un'evocare evocando( giungere al silenzio e ricordarlo come voce e ricordare è "riportare al cuore")? Entrano in gioco il mio orecchio, il mio olfatto, il mio gusto e tatto. E' possibile percepire mediante sinestesie totali? E' questo che vuole il pittore? Si: il rosso ha un colore( dunque non è un colore) un movimento, un suono, un gusto e un odore. O almeno li evoca e evocandoli, produce combinazioni e composizioni. Composizione in senso musicale. Non è un procedimento nuovo ma in Mangiacapra diventa una forza prepotente, ossessiva, concreta. Propongo al visitatore l'utilizzo di un metodo elaborato da Kandinskij & Co., dove a ogni colore viene associato una nota musicale, un movimento, uno strumento. Il pittore russo, non a caso, si innamorò del "Prometeo"( quello del fuoco, rosso) e verificò un'arcana consonanza tra il suo lavoro e quello di Schonberg. E qui entra in gioco la dissonanza. La nostra dissonanza cognitiva ci fa produrre azioni che riequilibrano la nostra menta e la riposizionano in coerenza col nostro vissuto. Le dissonanze cromatiche di Giovanni hanno proprio questa funzione: sono come le pause all'interno di un'esecuzione musicale e di per se sono già composizione.

Durante il vostro percorso, nel vostro stare e sostanze davanti ai quadri, seguite queste "istruzioni per l'uso"( e ascoltate attentamente il vostro respiro e non dimenticate che i piedi seguono coi loro passi il ritmo del tempo - cuore e che il tempo - cuore continua a battere, nonostante voi, anche quando state ferm, va in spazi che non sapevate di poter visitare, magari una prigione). Ovviamente, il viandante può sostituire nello schema la sensazione che più desidera senza che le regole del "gioco" vengano violate. D'altra parte sarebbe impossibile in quanto si può "violentare" la forma ma non il modo con cui la forma stessa ha origine e che, in questo caso, obbedisce ai criteri organizzativi degli impulsi. Il "gioco dell'oca" non finisce qui. Leggete nello schema i vari "rosso", procedete a formare, con additivi e sottrattivi, altri colori tendendo l'orecchio agli strumenti proposti, ed ecco che siete entrati in pieno contagio emotivo con l'energia di Mangiacapra, di cui pochi conoscono l'attività di arteterapeuta e di sociologo sul campo. Ti faccio notare, lettore, che alcuni quadri hanno fisicamente l'impronta della forza: il pittore ha intinto il pennello abbondantemente e lo ha semplicemente appoggiato( talvolta con rabbia) e questo è precisamente ciò che accade quando suoni il tamburo: se tu potessi vedere con un rallentatore visivo ed uditivo la percussione, noteresti un rientrare della pelle del tamburo che, al finire della pressione, distendendosi, genera vibrazioni sonore. La tela vale, in questo caso, come la pelle del tamburo.

Ti rivelo, un segreto: guarda il quadro dove si distendono macchie di grigio. Discorrendo con Giovanni, gli ho detto di avere l'impressione come se Qualcuno ci avesse "sputato" sopra. "E infatti - mi ha confermato lui - non riuscivo ad andare avanti e ci ho soffiato sopra". Touchè: come fu creato miticamente l'uomo? Si dice: con un soffio( e in un soffio). Com'e tenuto insieme il mondo se nn dallo sputo, il sacro sputo primordiale che genera, lo sputo che mettiamo istintivamente sulle ferite? Ma, andando un pò più a fondo, perchè l'artista ha soffiato d'impulso sulla tela? Guarda i colori, lettore, e se ti può essere utile lo schema proposto, nota che si tratta di grigi, dunque di bianco e di nero che dialogano, dunque di un doppio silenzio( l'evocazione) il cui suono è una pausa, un'identità morte-confine-possibilità. Quel soffio è un voler dare vita, la proprio, una respirazione bocca-a-bocca col silenzio, la rabbia derivante dal contrasto tra impotenza e onnipotenza, che è poi la potenza(possibilità di). E' ovvio che questo ciclope ha saliva rossa e presumibilmente, scotta. Oserei parlare di questi quadri come stati (b) umorali, tonalità dell'h, la lettera che c'è senza esserci e che si dirama in altre sensazioni, urta quelle vicine, si agglutina come la materia colorata che Giovanni spalma, torce, e se potesse, trafiggerebbe. Ma ecco il cartellone del gioco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se, accettando la metafora proposta, l'archeologia del suono & silnzio e i suoi stati intermedi giungono al grigio, quella del rosso è le ruggine che sta li a terra e sviluppando dialetticamente con altri colri, diventa messaggero, proprio araldo della conoscenza vestito con l'oro, l'oro che si vede in varie tele e si vede beninteso, con i due scudi-cerchi, occhi-cerchi che si aprono-chiudono come l'occhio del terzo occhio. E' lui che ci fa mettere in sequenza le tele e le fa dialogare tra loro, sì che fino a formare un telaio di filo rosso, un unico suono di sottofondo, un ultrasuono, in senso letterale: suono ultra: lo ascolti, chiudi quell'occhio e, al riaprirlo, dopo essere passato per i chakra, vedi sul pavimento aggeggi arcani. Quanto tempo è passato? Di chi sono quelle basi di ferro, quel gomitolo? Forse appartengono a un fabbro con le ali ai piedi ma un pò distratto perchè non ci ha lasciato in questa prigione neanche una piccola lima. O lettore, a me piace commentare le visioni degli artisti con un testo di poesia. Ne elaboro una anche per Giovanni e per te lo faccio sotto forma di mantra mettendomi una benda sugli occhi, camminando come un cieco al tuo fianco mentre i colori di Giovanni ci reclamano:

tocca una cosa appuntita. tocca una cosa piatta. tocca una cosa tonda. senti quello che senti?

questi sono gli oggetti dal punto di contatto della mano.

 

bevi una cosa dolce. bevi una cosa amara. bevi una cosa salata. senti quello che senti?

questi sono gli oggetti dal punto di sapore della bocca.

 

annusa una cosa profumata. annusa una cosa putrefatta. annusa una cosa acida. senti quello che senti?

questi sono gli oggetti dal punto d'olfatto del naso.

 

ascolta una cosa rumorosa. ascolta una cosa silenziosa. ascolta una cosa in sottofondo. senti quello che senti?

questi sono gli oggetti dal punto di vista dell'orecchio.

 

guarda una cosa luminosa. guarda una cosa oscura. guarda una cosa scolorita. senti quello che senti?

questi sono gli oggetti dal punto di vista dell'occhio.

 

adesso tocca dolce, bevi appuntito, ascolta acido, guarda salato... senti quello che senti?

hai passato il confine definito alla fine dell'universo: qui, iuxta propria principia, inizia la fine del pluriverso.

 

ora sei conosciuto dal senso di un non senso, sensazione nè piacevole nè spiacevole, un niente dipih e un molto di meno, intangibile, insapore, inodore, inaudito, invisibile. sei un aggettivo-semplice una nota caduta dal sensigramma, il troppo pieno, vuoto di ogni oggetto dal punto di espressione dei linguaggi.

 

Mimmo Grasso.

EuArt 2008

EuArt_2008

Mostra itinerante Febbrazio / Novembre 2008

 

Recentemente Giovanni Mangiacapra ha iniziato una collaborazione con il gruppo artistico "Carlo Livi Art Gallery" che lo porterà ad esporre nelle più importanti città americane, attraverso una mostra collettiva itinerante: EuArt 2008

 

http://www.euart.org


  Sono stati pubblicati nuovi comunicati relativi allo svolgimento dell'iniziativa:

L'influsso del colore

Centro Culturale Polivalente  S. GIUSEPPE VESUVIANO (NAPOLI)

 

Dove si sbuca uscendo da un mondo inetto ?

In qualche luogo al di là della disperazione:

verso l'adorazione nel deserto, la sete e la privazione verso un santuario di pietra .

Eliot

Materica o post-informale, la pittura del giovane Mangiacapra, in lotta con una grande tensione esistenziale, nasce e s'inscena sulla tela con colori fondamentali come il rosso, il verde, il celeste (o azzurro cupo]. Non sono rari incursioni di nero e sprazzi di giallo.

Dalla psicologia e dal significato di tali colori (oltre che dal loro influsso), si può interpretare la personalità del giovane artista e la singolarità del suo lavoro.

Il rosso rammenta il fuoco, è il colore del sangue e potrebbe definirsi un colore passionale, in quanto al colore si accompagna nella persona umana anche il calore, l'aggressività poichè cede alle tentazioni dell'ira e della violenza. Ma è anche un colore di amore appassionato, poichè nel trasporto erotico tutta la circolazione del sangue viene sollecitata. Il rosso influisce sulla personalità conferendo dinamismo, impulsività, irruenza: non a caso è il colore legato al pianeta Marte. Il rosso favorisce anche la tendenza autoritaria e prepotente, ma è anche simbolo di coraggio, generosità, altruismo.

Il verde può considerarsi il colore della contraddizione (è legato a Saturno), perchè può rappresentare tanto invidia e gelosia come amore per la vita placida e tranquilla, come desiderio di raccoglimento e di solitudine, di pazienza e di affetto. Ma è pure colore che si addice a chi è dotato di mentalità fredda, acuta, pratica, razionale, non facile all'emotività. li verde rappresenta comunque per tutti il colore più riposante che si conosca, esercita un'azione distensiva e conciliativa con il ritmo logorante della vita contemporanea.

Il celeste è colore legato a temperamenti  portati all'introspezione, al misticismo, fortemente emotivi e fantastici e, come l'azzurro cupo più scuro e più carico, conferisce riflessione, nervi solidi, una forte sensibilità ed un certo buon gusto, alieno da stravaganze e gravi intemperanze.

Se a questi colori aggiungiamo anche il nero, che simbolizza cupezza, depressione, smarrimento, morte, lutto, tenebre, ignoranza dell'ignoto, immobile Nulla, allora abbiamo un quadro più o meno completo di implicazioni (e significazioni) psicologiche che caratterizzano l'espressione pittorica del Mangiacapra.

I colori dei suoi quadri sono dunque gli specchi dove affiora "magmaticamente ", in virulente esplosioni cromatiche, in piogge di lapilli incandescenti, il dramma d'una intelligenza viva e d'una sensibilità acuta, duramente provate dallo scontro con l'impetuosa realtà della vita che non perdona nessuno errore e nessuna esitazione.

Le sue spatolate nervose, graffianti, sanguinanti, che costellano gli spazi del bianco supporto, già straziato dall'invasione del colore, sono le grida e gli spasimi della sua anima dolente.

Il suo spirito è ferito, e sanguina. Ma, pur ferito, continua a combattere, a resistere, a ricambiare colpo su colpo, mai domo e vinto. Questi segni violenti sono i segni roventi del fuoco d'una rivolta, di un sordo e tormentoso tumulto interiore. Queste sciabolate che squarciano i veli del silenzio e le barriere dell'indifferenza sono voci di protesta e di tempesta che non si placano con l'impatto con ogni schermo illusorio. Sono come marosi tumultuosi che s'infrangono contro le nere scogliere del niente. Tuttavia, in profondità e misteriosità, sono anche palpiti e segreti percorsi d'ogni stigma ed enigma, d'ogni sfogo e passione, d'ogni estasi e disperazione.

Gli oscuramenti e le illuminazioni dell'artista si rivelano con il colore che si fa parola e linguaggio del suo destino, Il tono del suo creato s'innalza, tra luci e ombre, progressivamente.

In Sostanza, la pittura del giovane Mangiacapra, pur tingendosi ora dei fiammeggianti colori della lotta, ora dei cupi colori della morte, è l'espressione fortemente drammatizzata della sua anima. E' in definitiva, un racconto (dato per capitoli intensi ed incalzanti) tragico e appassionato della sua vita.

Curata da  Giuseppe Bigotta,1985

Opere 1976 - 1986 - Osservando le tele informali dì Giovanni Mangiacapra

Nel Sud fertili creatività giovanili fermentano, comunque, l'ambiente artistico.

 L'ambiente artistico meridionale chiariamolo subito dovrebbe essere invidiato da quelle aree geografiche dove più prepotentemente si sviluppa il mercato. Ma il cercato, si sa, pro fila i suoi movimenti su leggi che, talvolta, si regolano su " corsi " e " ricorsi "o procede a maturare situazioni che possono rendere, in prospettiva, per anni, sostanziosi introiti di ritorno. Di ritorno perché anche il mercato dispone, per concretizzare le vendite, di un apparato di segnalazioni, di programmi pubblicitari e di diffusione.

" Piazzare " " articoli " non è facile. Non è mai stato facile. Figuriamoci l'"articolo " culturale. Quindi, per queste ragioni decidere di portare alla conoscenza dei più prodotti giovanili comporta rischi e prevede l'utilizzo di forti capitali alle spalle.

E il Sud, che certo non può vantare mecenati e una " clientela " illuminata, e nemmeno contare su un mercato ad ampio respiro, gioco forza vede molti suoi esponenti giovani, ma già maturi per preparazione, tecnica e indubbia vitalità creativa, allontanarsi.

Pattuglie e pattuglie di' artisti emergenti preferiscono davvero giocarsi la vita " e guadagnare altrove rispetto e credibilità. Sono alimentati da speranze e credono, per non ritrovarsi alienati nei paesi di origine, che val bene scommettere su se stessi. Non siamo in grado di fornire dati su questa fuga per le ultimissime generazioni e riscontri sul successo o meno ottenuto, ma possiamo affermare che questa tendenza è in atto. Anche se definitive non risultano le posizioni é le delusioni.

Con questa apertura vogliamo sottolineare una situazione emblematica. Il Sud offre operatori seri e capaci, dotati di buone capacità, ma non alla pari e della stessa portata è il territorio mercantile e il giro e positivo. Le eccezioni, confermate da famose gallerie d'avanguardia o da enti estremamente recettivi e/o pro positivi, non scusano immobilismi.

Nei nostri continui contatti con il mondo dell'arte preferiamo, privilegiando, il nostro interesse critico, individuare le realtà meridionali che, di anno in anno, si esprimono con un certo gusto e coerenza espressiva. E' doveroso qui ripetere che numerose creatività vivono in limbi operativi.

Ristretti per mancanza di spazi e di occasioni rischiano di continuare attività degne tra l'inconprensione generale, e purtroppo seriamente diffusa, tanto da limitarsi a sostenere, in sommerse gare, dispute, che, invece, meriterebbero ben altri campi e referenti.

Incontrandoci con Giovanni Mangiacapra abbiamo conversato puntando l'indice su queste problematiche riconoscendo la necessità che istituzioni preparino e promuovono iniziative tese a controllare e ad aiutare quelle forze giovani che meritano attenzione per la qualità raggiunta e gli impegni sostenuti. E, dopo l'interessante disanima, ecco far capolino i quadri, gli schizzi di Mangiacapra.

Nello studio di Ponticelli, alle pareti e nei posti più impensati tele e studi provocano stimolanti interrogativi. Sembra una pittura  e poi ce ne accertiamo ricercando le motivazioni di fondo che spingono 1' operatore " a scrivere " le sue impressioni tutta dedicata a percorrere considerazioni, combinazioni e " circostanze " visive di quell'area informale che, forse, più di altre dimensioni rende le trasparenze di emozioni di un vissuto particolarmente sofferto.

Eleganti arricciamenti, ardori " astratti ", lingue di fuoco, brividi termici succhiano le risonanze del colore e determinano, in orditi e trame, un tessuto d'incanti e di parvenze.

Ma non possiamo nascondere che si avvertono delle latenze, delle plastiche superficialità. Ma ancora, d'altro canto, dobbiamo considerare che una certa eleganza di modi, segnata da stesure cromatiche convinte, si fissa. E, poi, rendere attraverso la chiave informale, usata per scelta di gusto, ma anche per necessità terapeutica per vivere momenti veri nell'esigenza di duplicare momenti " altri ", non è facile né senza rischi. verte matura tra le pieghe dei tagli e delle conversioni delle pennellate.

Certamente autonoma, per spirito, si segnala la risonanza immaginativa di tele che Giovanni Mangiacapra realizza da un certo periodo.

Quel vuoto esistenziale, forse, comune ad ogni contemporaneo, per Mangiacapra è da combattere e da debellare. E pratica certa, che conferma i suoi frutti con evidenza visiva, e quasi tattile, è la pittura, o meglio la voglia di far " pittura ".

Con questa tenace volontà Mangiacapra nell'illusorietà della superficie squadra il suo intimo per raggiungere una realtà. La realtà?

Napoli/ Roma, 1986 MAURIZIO VITIELLO

Dietro l' informale, le forme del tutto

Finalmente, dopo un periodo di profonda rimeditazione di quei temi esistenziali già affrontati nell'arco di anni, attraverso inesauste ricerche, torna alla luce, è il caso di dirlo, per la condizione di nascosto e proficuo e scavo in cui si era ritratta, la pittura di Giovanni Mangiacapra, un artista di risorse straordinarie e di sottili intenti.

Dicevamo finalmente, perché ci è venuto a mancare per lungo tempo un riferimento estetico, e quindi, un approdo artistico, al quale riconosciamo una valenza onnicomprensiva (da non confondersi con l'eclettismo) per capire le frammentazioni del mondo contemporaneo e la sua provvisoria, precaria prospettiva.

Infatti, pochi, come lui, sono riusciti a intuire e a rendere sulla tela la drammaticità del nostro tempo, visto attraverso proiezioni speculari che non lasciano spazio a illusi disincanti: ma, demolendo miti, sovrastrutture e altri involucri, disegnano la qualità estetica del presente, e quindi esistenziale, con una compiutezza.....

...riscontrabile in quelle masse materiche, grumose, magmatiche che ti richiamano l'archè dei filosofi naturalisti e necessariamente i misteri della nostra origine.

Per cui ti accorgi che la pittura informale di Mangiacapra (urge come obbligo estetico attribuirgli questa connotazione), pur partendo da lontano, dagli influssi dei Wols, Jucker Dubuffet o addirittura da J. Fautrier, e navigando tra i fiordi pericolosi dell'esistenzialismo, assume il valore di una testimonianza ulteriore sulla alienazione del nostro tempo, dalla quale discende quella nozione totale, e solo apparentemente scontata, cui invivibilità.

Uso questo sostantivo, pur nel rischio che esso possa sembrare banale di fronte alla problematicità complessiva del Mangiacapra, che si interroga sull'origine e il futuro dell'uomo sul metro di un insistente influsso montaliano, e, infine, riesce, sempre a farci comprendere l'articolazione collettiva c singola della contemporaneità, come presupposto delle sconfitte, dei limiti, delle superbie e, perchè no, anche dei primati: un insieme però di percezioni, capace soltanto di farci aprire gli occhi su un orizzonte al quale, troppo spesso, è preclusa la prospettiva di vita, cioè il futuro.

Un nesso non di natura sentimentale ma denso di "nuclei razionali" come quelle tele di rossi sanguigni o terragni, simboli cromatici di una materia pericolosa perchè catturata e intossicata dall'utilitarismo dell'uomo.

E qui mette conto ricordare che se gli informali storici sotto quel titolo di un art autre posero le basi di un deciso rifiuto formale con la razionalità messa in crisi dalla seconda guerra mondiale, Mangiacapra, pur rifacendosi a quella stessa matrice estetica, aggiorna e cataloga il significato e la portata delle crisi maggiori che percorrono il mondo d'oggi, siano esse angoscia esistenziale o squilibrio ecologico.

Di qui l'attualità di una militanza artistica, solitaria, rigorosa che rifugge le allettanti ammucchiate propositive, in cui spesso si nasconde la mistificazione, e si attivizza in quel processo di ricerca fenomenologica, l'unico idoneo a percepire le cose stesse, secondo il famoso motto husserliano, "acquisendo la realtà nella sua purezza creativa".

In lui ogni qualvolta passo ad analizzare un quadro, vi scorgo la costante di quell'io dinamico di Merlau Ponty che è percezione connessa con l'oggettivazione, dove la sua intenzionalità e un movimento di indagine verso il mondo, e, in quanto tale finisce per proporsi come teologia stessa della conoscenza, come la verità ultima a cui l'uomo deve tendere. A volte questa teologia in Mangiacapra è percorsa da interrogativi insiti nella natura stessa dell'artista che non sarebbe tale se non fosse preso Ia dubbi, dal relativismo positivo come scriveva il Voltaire; ma va subito detto che proprio quando essa si fa dubbiosa emerge il pittore eccellente che, nella fusione di forme e colori manifesta ideologicamente i conflitti e le conciliazioni di quel singolo kirkegardiano o della cordialità futurista.

In dipendenza di ciò per questo artista schivo, essenziale, defilato ma fortemente attivo e compreso della sua funzione, vale quel concetto estetico secondo cui la capacità di rappresentazione spesso supera le cesure, i limiti oggettivi, ~ farsi arte vera, senza altri attributi.

 

Aldo De Francesco. giornalista critico 

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