Monochromos

MOSTRA DELLE OPERE DI GIOVANNI MANGIACAPRA.

a cura di Daniela Fraioli

La coincidenza di vedere un’opera d’arte e sentire un legame istantaneo con essa, un riconoscimento senza spiegazioni apparenti, ma tale da attrarre il desiderio di scoprirne il significato. Il significato di un colore.

Si potrebbe riassumere così la nascita del progetto Monochromos, una ricerca su un ramo a sé stante, ma al contempo parte integrante, dell’opera vivacemente segnica dell’artista napoletano Giovanni Mangiacapra, che si sviluppa su un tono dominante ma che apre ad una dimensione cromatica e materica complessa, eco dello stesso scontro tra luce e ombra che per secoli è stato considerato l’origine del colore.
È la comunicabilità di quest’ultimo, tuttavia, che deve essere indagata affinché si possa comprendere l’operato dell’artista e, di riflesso, l’accordo dello spettatore sul suo valore estetico.

La storia delle teorie del colore ci indica che da sempre l’uomo si interroga sulle dinamiche fisiche, chimiche, sociali e psicologiche che conducono all’interpretazione del sensorio e l’animosità di questo dibattito nel tempo, ce ne indica la natura intricata.
I simboli antropologici attribuiti al colore, come i codici comunicativi che ne derivano, hanno in comune la caratteristica di essere relativi alle società,  alle culture ed ai momenti storici a cui appartengono, risultando quindi spesso incomprensibili a chi ne rimane fuori e sottolineando così il loro valore fortemente soggettivo. Nell’Iliade di Omero, per esempio, vi sono oltre sessanta aggettivi per descrivere il paesaggio, non mancano vocaboli per il bianco e il nero e le loro sfumature infinite1, ma non appare mai un termine per definire il colore blu del cielo o del mare secondo l’accezione moderna, tanto che gli studiosi di questo fenomeno lo avevano attribuito ad un difetto all’apparato visivo dei Greci, incapaci di distinguere i colori.
La soggettività dell’esperienza, tuttavia, sembrerebbe scontrarsi con le fondamentali leggi della fisica, ma le contemporanee scoperte scientifiche, a partire dal secolo scorso, dimostrano sempre più la sua qualità intrinsecamente relativa, senza negarne la meccanica classica, ma rivelando quanto la natura sia sensibile agli interventi su di sé, e di quanto ciò che vediamo e viviamo, per questo, dipenda da come misuriamo la realtà intorno a noi. Poiché è proprio nel momento della percezione, esercizio preciso di quantificazione, che il soggetto trasforma la realtà.
Gli abissi turbinosi in cui l’artista Giovanni Mangiacapra ci conduce sono spazi plastici dell’anima, disegnati dal corpo stesso, con scorci su altre dimensioni di luce, promesse al di là di finestre mentali, che solo una battaglia cruenta con la più profonda parte di sé può generare. L’artista ha creato questo percorso attraverso ogni domanda incisa sulla tela, ed ogni risposta è stata scritta anche per noi dal colore scelto prima e poi sprigionato, riflesso di energia spirituale liberata, patrimonio della comune coscienza. E se, come ci spiega il filosofo Plotino, “nessun occhio infatti ha mai visto il sole senza diventare simile al sole, né un’anima può vedere la bellezza senza diventare bella”3, per nostra stessa natura, queste risposte cromatiche possiamo sentirle, riflettendole a nostra volta in un infinito susseguirsi di luci e ombre.
Poiché il colore è anche ombra4, capace di spegnere o illuminare, secondo i punti di vista e Giovanni Mangiacapra, con limpidezza disarmante, ci narra il suo mondo con la teatrale drammaticità con cui il Caravaggio dipinge le strade di Napoli dell’artista, rendendoci partecipi della trionfale trasformazione dello spazio fisico e psicologico operata dalla luce.
Il colore diventa, così, materia informata, emotivamente carica, unica forma possibile per l’artista. Nuova conoscenza del mondo.

Di Daniela Fraioli

Stato di collisione

Il colore naturalmente. O i colori. Come segno accecante, epistolario di azioni frammentate, di convulsi sconvolgimenti. Come presagio finanche. Lo sguardo immediato – quello che si posa con naturale innocenza sulle cose e sulle ombre – sembra recepire repentinamente questa sorta di “presa diretta” con il racconto, trascurando, nella regalità di una immagine abbacinante, il richiamo alle dinamiche dell’irrefrenabile, del celato o della consapevolezza.

Ecco, credo che le opere di Giovanni Mangiacapra determinino nell’interlocutore quello che mi piace definire un preliminare “stato di collisione”, quasi a rendicontare nel prologo – nell’occhio offerto – il senso intimo dell’accadimento. Come a dire che l’incontro con la sua opera è innanzitutto un’esperienza sensoriale fatta di accenti e indizi percorribili nella istantaneità di un battito. In quel segmento in cui il percettibile pare consumare la propria dimensione di lampo e di eco. Accade allora che la sequenza di opere presenti  alla Pocket Art Studio di Roma – sapientemente ordinate dalla curatrice Daniela Fraioli in un percorso di riflessioni e rifrazioni cromatiche  – è un viaggio che necessita di soste, di fughe, di reiterati arretramenti.
La forma del colore. Appare incalzante e tormentoso l’indirizzo (o il valore) che Giovanni Mangiacapra ha voluto ascrivere alla sua pratica espressiva. E paradossalmente meticoloso. In un inedito sillabario le parole – con le loro intese ortografiche e storiche – vengono via via affiancate (e poi sostituite) da una scrittura di onirica sostanza, il colore appunto. Nella sua molteplicità alfabetica, l’opera di Mangiacapra pittore è una sorta di cantiere in movimento ovvero un luogo mobile che è stazione occasionale, transitoria, mai risolutiva per testualità o presupposti.  A sparigliare le carte è oltremodo l’assenza di un “riflesso condizionato” (causa – effetto); pertanto non sempre la simbologia del colore adottata dall’autore trova la sua naturale giacenza nell’alter ego narrativo. Come a dire che – in un rituale ritornello di confluenze – l’azzurro non è necessariamente l’emblema o l’icona del cielo che si alterna al mare; che le scie dell’oro non ribadiscono conseguentemente la sacralità indagata; che la regalità del rosso non si ascrive all’iconografia fin qui dettata e comunemente convenuta; al pari del giallo, demandato di solito, all’infallibilità di un qualsivoglia bagliore.
E’ una pittura di memorie quella di Giovanni Mangiacapra. Non riferibile a modelli di rassicurante riconoscibilità. E’ una pittura di “emozioni in transito”, di redenzione mai salvifica. Come se l’artista indagasse, di continuo, quella “materia” – frammentata e precaria – che è stata  (ed è) accumulo di sguardi, di fremiti, di inganni, di percettibili utopie. Che è storia autobiografica certo, ma al contempo modello “collegiale”, di quelle “etnie in attraversamento” che portano dentro di sé (con sé) il tumulto o la rassegnazione del vivere. Ecco, la “voce” pittorica di Giovanni Mangiacapra è la voce di costoro, che non è attraente  o confortante bensì allarmata, fatta di singhiozzi e rimbombi, di pause mute, di segnali e invocazioni. Allora la campitura si fa reticolo di appunti più o meno prepotenti, quasi a seguire – anche con la memoria – il brusio o il chiasso invocato ed evocato: la collera, la tolleranza, la rinuncia, il riso. Fino a “rappresentare”, nelle sue opere – nelle forme del colore – un affollato avvicendamento di ritratti, di smarrimenti, di sentieri.
Ciò riguarda l’umano. E di questo, la condizione. Che è (anche) sposalizio di intenti, di ipotesi, di circostanze e di fatalità.

Di Rocco Zani