Dietro l’ informale, le forme del tutto

Finalmente, dopo un periodo di profonda rimeditazione di quei temi esistenziali già affrontati nell’arco di anni, attraverso inesauste ricerche, torna alla luce, è il caso di dirlo, per la condizione di nascosto e proficuo e scavo in cui si era ritratta, la pittura di Giovanni Mangiacapra, un artista di risorse straordinarie e di sottili intenti.

Dicevamo finalmente, perché ci è venuto a mancare per lungo tempo un riferimento estetico, e quindi, un approdo artistico, al quale riconosciamo una valenza onnicomprensiva (da non confondersi con l’eclettismo) per capire le frammentazioni del mondo contemporaneo e la sua provvisoria, precaria prospettiva.

Infatti, pochi, come lui, sono riusciti a intuire e a rendere sulla tela la drammaticità del nostro tempo, visto attraverso proiezioni speculari che non lasciano spazio a illusi disincanti: ma, demolendo miti, sovrastrutture e altri involucri, disegnano la qualità estetica del presente, e quindi esistenziale, con una compiutezza…..

…riscontrabile in quelle masse materiche, grumose, magmatiche che ti richiamano l’archè dei filosofi naturalisti e necessariamente i misteri della nostra origine.

Per cui ti accorgi che la pittura informale di Mangiacapra (urge come obbligo estetico attribuirgli questa connotazione), pur partendo da lontano, dagli influssi dei Wols, Jucker Dubuffet o addirittura da J. Fautrier, e navigando tra i fiordi pericolosi dell’esistenzialismo, assume il valore di una testimonianza ulteriore sulla alienazione del nostro tempo, dalla quale discende quella nozione totale, e solo apparentemente scontata, cui invivibilità.

Uso questo sostantivo, pur nel rischio che esso possa sembrare banale di fronte alla problematicità complessiva del Mangiacapra, che si interroga sull’origine e il futuro dell’uomo sul metro di un insistente influsso montaliano, e, infine, riesce, sempre a farci comprendere l’articolazione collettiva c singola della contemporaneità, come presupposto delle sconfitte, dei limiti, delle superbie e, perchè no, anche dei primati: un insieme però di percezioni, capace soltanto di farci aprire gli occhi su un orizzonte al quale, troppo spesso, è preclusa la prospettiva di vita, cioè il futuro.

Un nesso non di natura sentimentale ma denso di “nuclei razionali” come quelle tele di rossi sanguigni o terragni, simboli cromatici di una materia pericolosa perchè catturata e intossicata dall’utilitarismo dell’uomo.

E qui mette conto ricordare che se gli informali storici sotto quel titolo di un art autre posero le basi di un deciso rifiuto formale con la razionalità messa in crisi dalla seconda guerra mondiale, Mangiacapra, pur rifacendosi a quella stessa matrice estetica, aggiorna e cataloga il significato e la portata delle crisi maggiori che percorrono il mondo d’oggi, siano esse angoscia esistenziale o squilibrio ecologico.

Di qui l’attualità di una militanza artistica, solitaria, rigorosa che rifugge le allettanti ammucchiate propositive, in cui spesso si nasconde la mistificazione, e si attivizza in quel processo di ricerca fenomenologica, l’unico idoneo a percepire le cose stesse, secondo il famoso motto husserliano, “acquisendo la realtà nella sua purezza creativa”.

In lui ogni qualvolta passo ad analizzare un quadro, vi scorgo la costante di quell’io dinamico di Merlau Ponty che è percezione connessa con l’oggettivazione, dove la sua intenzionalità e un movimento di indagine verso il mondo, e, in quanto tale finisce per proporsi come teologia stessa della conoscenza, come la verità ultima a cui l’uomo deve tendere. A volte questa teologia in Mangiacapra è percorsa da interrogativi insiti nella natura stessa dell’artista che non sarebbe tale se non fosse preso Ia dubbi, dal relativismo positivo come scriveva il Voltaire; ma va subito detto che proprio quando essa si fa dubbiosa emerge il pittore eccellente che, nella fusione di forme e colori manifesta ideologicamente i conflitti e le conciliazioni di quel singolo kirkegardiano o della cordialità futurista.

In dipendenza di ciò per questo artista schivo, essenziale, defilato ma fortemente attivo e compreso della sua funzione, vale quel concetto estetico secondo cui la capacità di rappresentazione spesso supera le cesure, i limiti oggettivi, ~ farsi arte vera, senza altri attributi.

 

Aldo De Francesco. giornalista critico